In verità vi dico
Tassare i patrimoni è necessario, ma a favore di imprese e lavoro
E’ la crescita la priorità dell’Italia. Quando ormai un anno fa ho parlato di imposta patrimoniale, nell’ambito di una riforma fiscale che prevedesse l’abbattimento delle tasse sul lavoro e le imprese, era a questo che pensavo. Lo feci in diversi articoli pubblicati sul Sole 24 Ore e sul Foglio, e poi lo sostenni in un consiglio direttivo di Confindustria che accolse con interesse quella proposta. L’Italia deve riprendere la strada della crescita e, in questo contesto, il problema del debito viene dopo (purché ovviamente sia tenuto sotto controllo). di Carlo De Benedetti
11 AGO 20

E’ la crescita la priorità dell’Italia. Quando ormai un anno fa ho parlato di imposta patrimoniale, nell’ambito di una riforma fiscale che prevedesse l’abbattimento delle tasse sul lavoro e le imprese, era a questo che pensavo. Lo feci in diversi articoli pubblicati sul Sole 24 Ore e sul Foglio, e poi lo sostenni in un consiglio direttivo di Confindustria che accolse con interesse quella proposta.
L’Italia deve riprendere la strada della crescita e, in questo contesto, il problema del debito viene dopo (purché ovviamente sia tenuto sotto controllo). Anche perché da che mondo è mondo i debiti si ripagano se aumenta la quantità di ricchezza che un paese produce. Per questo motivo trovo certamente intriganti le proposte di Giuliano Amato e Pellegrino Capaldo sull’abbassamento del debito al fine di recuperare flessibilità finanziaria, ma non le ritengo né prioritarie né praticabili.
L’Italia è stremata: ha bisogno di potenti ricostituenti, non di tornare in sala operatoria per interventi demolitori che non reggerebbe. Allo stesso modo, però, non è con brodini caldi che il paziente si rimetterà in piedi. Confinare il rilancio italiano a un piano di liberalizzazioni, come ha fatto ieri sul Corriere della Sera il presidente del Consiglio, peraltro in un quadro ormai di fine legislatura, è come parlare di omeopatia a un malato di tubercolosi.
Guardiamo avanti e apriamo davvero i polmoni a questa Italia per tornare a farla respirare. E’ per questo che ho parlato di una scossa fiscale con una draconiana riduzione delle imposte sulla produzione, spostando il prelievo sulle cose, sui beni, sui patrimoni. Una scossa che prelude poi a una corrente continua: perché l’intervento che ho proposto non è una tantum, ma è un radicale riassetto del sistema fiscale in funzione della nuova competizione tra i sistemi in questo scorcio di XXI secolo.
Il problema vero è che dall’inizio degli anni ’90 il nostro paese è ingessato, nulla di sostanziale è avvenuto. Fuori dall’Italia tutto è cambiato, noi siamo fermi all’ultima grande stagione di riforme dei governi Amato e Ciampi e poi all’ingresso nell’euro.
Intanto la spesa pubblica ha continuato ad aumentare, la competitività delle nostre aziende si è ridotta e abbiamo assistito a un ulteriore depauperamento del patrimonio dello Stato attraverso la vendita, che si è dimostrata in molti casi disastrosa, dei beni pubblici.
Mi riferisco in particolare a quella magnifica azienda che era la Stet, umiliata attraverso arrembaggi speculativi che sotto la falsa ideologia delle liberalizzazioni hanno di fatto distrutto ricchezza. Oggi Telecom, Eni e Enel, pur per ragioni del tutto differenti, sono gravate di indebitamenti al limite del sostenibile.
La promessa rivoluzione liberale di Berlusconi – l’altra potenziale novità di questi ultimi vent’anni – è stata completamente disattesa. Il dualismo fra il nord del paese (una straordinaria Baviera con la fantasia e la flessibilità italiane) che cresce in modo accettabile e un Sud che arretra si è progressivamente accentuato.
L’Italia deve riprendere la strada della crescita e, in questo contesto, il problema del debito viene dopo (purché ovviamente sia tenuto sotto controllo). Anche perché da che mondo è mondo i debiti si ripagano se aumenta la quantità di ricchezza che un paese produce. Per questo motivo trovo certamente intriganti le proposte di Giuliano Amato e Pellegrino Capaldo sull’abbassamento del debito al fine di recuperare flessibilità finanziaria, ma non le ritengo né prioritarie né praticabili.
L’Italia è stremata: ha bisogno di potenti ricostituenti, non di tornare in sala operatoria per interventi demolitori che non reggerebbe. Allo stesso modo, però, non è con brodini caldi che il paziente si rimetterà in piedi. Confinare il rilancio italiano a un piano di liberalizzazioni, come ha fatto ieri sul Corriere della Sera il presidente del Consiglio, peraltro in un quadro ormai di fine legislatura, è come parlare di omeopatia a un malato di tubercolosi.
Guardiamo avanti e apriamo davvero i polmoni a questa Italia per tornare a farla respirare. E’ per questo che ho parlato di una scossa fiscale con una draconiana riduzione delle imposte sulla produzione, spostando il prelievo sulle cose, sui beni, sui patrimoni. Una scossa che prelude poi a una corrente continua: perché l’intervento che ho proposto non è una tantum, ma è un radicale riassetto del sistema fiscale in funzione della nuova competizione tra i sistemi in questo scorcio di XXI secolo.
Il problema vero è che dall’inizio degli anni ’90 il nostro paese è ingessato, nulla di sostanziale è avvenuto. Fuori dall’Italia tutto è cambiato, noi siamo fermi all’ultima grande stagione di riforme dei governi Amato e Ciampi e poi all’ingresso nell’euro.
Intanto la spesa pubblica ha continuato ad aumentare, la competitività delle nostre aziende si è ridotta e abbiamo assistito a un ulteriore depauperamento del patrimonio dello Stato attraverso la vendita, che si è dimostrata in molti casi disastrosa, dei beni pubblici.
Mi riferisco in particolare a quella magnifica azienda che era la Stet, umiliata attraverso arrembaggi speculativi che sotto la falsa ideologia delle liberalizzazioni hanno di fatto distrutto ricchezza. Oggi Telecom, Eni e Enel, pur per ragioni del tutto differenti, sono gravate di indebitamenti al limite del sostenibile.
La promessa rivoluzione liberale di Berlusconi – l’altra potenziale novità di questi ultimi vent’anni – è stata completamente disattesa. Il dualismo fra il nord del paese (una straordinaria Baviera con la fantasia e la flessibilità italiane) che cresce in modo accettabile e un Sud che arretra si è progressivamente accentuato.
Le scelte non sono più rinviabili. E’ evidente che ci sono fattori di lungo termine – prima tutto education, education, education – su cui intervenire, ma se non saremo in grado di alleggerire subito il mondo della produzione dal peso fiscale più gravoso di tutti i paesi avanzati, l’Italia sarà davvero condannata alla marginalità, con un impatto sociale disastroso.
Sono passati 25 anni da quando il mio amico Bruno Visentini riformò il fisco italiano. Lui mi insegnò – e prima di lui gli scritti di Luigi Einaudi – come la politica fiscale sia il luogo in cui si concretizza in chiave etica il rapporto tra autorità e libertà.
E allora ribadisco la mia convinzione: è tempo di una nuova riforma che sposti, a parità di gettito fiscale (perché è evidente che con il debito pubblico che abbiamo non possiamo certo permetterci di ridurre le imposte) il carico dei tributi dal lavoro e dalle imprese verso le rendite finanziarie. Ho apprezzato molto l’articolata proposta che l’Assonime ha elaborato e che riprende quanto da me a suo tempo sostenuto, aggiungendovi – credo opportunamente – anche un ritocco dell’Iva, come d’altronde ha fatto il governo conservatore inglese negli ultimi mesi.
E’ in questo ambito che ho delineato anche un prelievo, con un’aliquota annuale permanente bassa, su qualsiasi tipo di patrimonio, tranne la proprietà delle piccole e medie imprese. Un intervento che sarebbe così tutt’altro che un salasso recessivo. Niente a che fare dunque – come scrissi già a suo tempo – con fantomatici partiti delle tasse o ricette di una vecchia sinistra. E non mi riferisco evidentemente alla proposta di Amato, che è più complessa di come qualcuno la prospetta – lo so perché ne ho discusso con lui – e non va banalizzata.
La vicina Svizzera, che non è mai stata attraversata da orde di fanatici marxisti, ha adottato un prelievo di questo tipo da cinquant’anni e nessuno in quel paese mette in discussione la necessità di pagare una imposta dell’1 per cento annuo sul proprio patrimonio a fronte di avere servizi che funzionano perfettamente.
Si tratterà ovviamente di studiare sul piano tecnico – nell’ambito, ripeto, di una pressione fiscale invariata – come misurare le aliquote sia in diminuzione che in aumento per far sì che si tratti di un’azione che serva allo scopo prioritario: la ripresa della crescita senza la quale il paese non uscirà dal loop nel quale è caduto.
Sempre nello spirito di non introdurre nuova pressione fiscale, come fa a livello locale la nuova prospettata Imu (una Ici reintrodotta sotto falso nome), aggiungerei poi che sarebbe utile che i comuni si liberassero di attività imprenditoriali nell’ambito dei servizi, dall’acqua all’energia, che hanno dimostrato di non saper gestire (vedi Acea, A2A e simili).
Non riesco a vedere nulla di demagogico, rivoluzionario, illusorio in questa proposta. Il caveat piuttosto è un altro: che l’amministrazione possa individuare la veridicità dei patrimoni su cui verrebbe applicata questa modesta imposta permanente. Sui redditi finora, pur nei progressi fatti, non ci è riuscita. Ma possiamo rinunciare a ogni seria ipotesi di riforma perché ci arrendiamo davanti a una difficoltà che è stata superata in gran parte dei paesi civili?
Se fosse così addio a qualunque possibile riformismo. Significherebbe lasciar perdere ogni dibattito, ogni proposta, lasciando che il paese affondi nel suo degrado e nel suo declino. Io invece credo ancora nella lezione del riformismo possibile di Gaetano Salvemini. E perciò ritengo che la riforma fiscale debba essere la priorità di qualunque governo arrivasse dopo la ormai inevitabile consunzione dell’attuale.
Sono passati 25 anni da quando il mio amico Bruno Visentini riformò il fisco italiano. Lui mi insegnò – e prima di lui gli scritti di Luigi Einaudi – come la politica fiscale sia il luogo in cui si concretizza in chiave etica il rapporto tra autorità e libertà.
E allora ribadisco la mia convinzione: è tempo di una nuova riforma che sposti, a parità di gettito fiscale (perché è evidente che con il debito pubblico che abbiamo non possiamo certo permetterci di ridurre le imposte) il carico dei tributi dal lavoro e dalle imprese verso le rendite finanziarie. Ho apprezzato molto l’articolata proposta che l’Assonime ha elaborato e che riprende quanto da me a suo tempo sostenuto, aggiungendovi – credo opportunamente – anche un ritocco dell’Iva, come d’altronde ha fatto il governo conservatore inglese negli ultimi mesi.
E’ in questo ambito che ho delineato anche un prelievo, con un’aliquota annuale permanente bassa, su qualsiasi tipo di patrimonio, tranne la proprietà delle piccole e medie imprese. Un intervento che sarebbe così tutt’altro che un salasso recessivo. Niente a che fare dunque – come scrissi già a suo tempo – con fantomatici partiti delle tasse o ricette di una vecchia sinistra. E non mi riferisco evidentemente alla proposta di Amato, che è più complessa di come qualcuno la prospetta – lo so perché ne ho discusso con lui – e non va banalizzata.
La vicina Svizzera, che non è mai stata attraversata da orde di fanatici marxisti, ha adottato un prelievo di questo tipo da cinquant’anni e nessuno in quel paese mette in discussione la necessità di pagare una imposta dell’1 per cento annuo sul proprio patrimonio a fronte di avere servizi che funzionano perfettamente.
Si tratterà ovviamente di studiare sul piano tecnico – nell’ambito, ripeto, di una pressione fiscale invariata – come misurare le aliquote sia in diminuzione che in aumento per far sì che si tratti di un’azione che serva allo scopo prioritario: la ripresa della crescita senza la quale il paese non uscirà dal loop nel quale è caduto.
Sempre nello spirito di non introdurre nuova pressione fiscale, come fa a livello locale la nuova prospettata Imu (una Ici reintrodotta sotto falso nome), aggiungerei poi che sarebbe utile che i comuni si liberassero di attività imprenditoriali nell’ambito dei servizi, dall’acqua all’energia, che hanno dimostrato di non saper gestire (vedi Acea, A2A e simili).
Non riesco a vedere nulla di demagogico, rivoluzionario, illusorio in questa proposta. Il caveat piuttosto è un altro: che l’amministrazione possa individuare la veridicità dei patrimoni su cui verrebbe applicata questa modesta imposta permanente. Sui redditi finora, pur nei progressi fatti, non ci è riuscita. Ma possiamo rinunciare a ogni seria ipotesi di riforma perché ci arrendiamo davanti a una difficoltà che è stata superata in gran parte dei paesi civili?
Se fosse così addio a qualunque possibile riformismo. Significherebbe lasciar perdere ogni dibattito, ogni proposta, lasciando che il paese affondi nel suo degrado e nel suo declino. Io invece credo ancora nella lezione del riformismo possibile di Gaetano Salvemini. E perciò ritengo che la riforma fiscale debba essere la priorità di qualunque governo arrivasse dopo la ormai inevitabile consunzione dell’attuale.
di Carlo De Benedetti